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Il Battista morì sul monte Macheronte nellanno 28. Il suo sepolcro, assieme a quello di Eliseo ed Abdia fu venerato fino al IV secolo nella città di Samaria presso la biblica Sebaste. E noto comunque che le spoglie del Battista furono profanate, bruciate e disperse per i campi il 29 agosto 362, su ordine dellimperatore Giuliano lApostata.
Un monaco presente al fatto raccolse i resti e la terra cosparsa di cenere, portandoli nel suo convento; le Ceneri, dopo essere state trasmesse a Filippo vescovo di Gerusalemme e ad Atanasio di Alessandria, sarebbero state infine poi tumulate nella città di Mira.
Si sa per certo che nel 540 le reliquie del Santo erano giunte a Mira, centro anatolico dell'antica Licia, luogo in cui nel 1099 vennero recuperate (comprate o rapinate non è certo...) dai Genovesi di ritorno dall'assedio di Antiochia, avvenuto nel corso della prima crociata.
Le preziose reliquie giunsero, dopo un viaggio durato tre mesi, finalmente a Genova, come ci tramandano gli scritti di Jacopo da Varagine, il 6 maggio dello stesso anno, e trasportate stabilmente in San Lorenzo dopo una probabile sosta nella chiesa di San Giovanni di Prè, prospiciente l'omonima marina.
Nella Cappella del Palazzo Ducale, a testimonianza dellimportanza e della risonanza dellevento anche nei secoli successivi, è visibile laffresco di Giovanni Battista Carlone (1655) rappresentante larrivo a Genova delle ceneri del Battista.
In verità i genovesi stavano cercando a Mira i resti di San Nicola (vescovo locale del IV secolo) che erano stati asportati da poco dai baresi, colà giunti con la stessa intenzione.
Non convinti delle giustificazioni dei monaci, che avevano in custodia la tomba, i quali spiegavano come i baresi avessero già asportato la salma di San Nicola, si misero a scavare sotto il sacello trovato vuoto rinvenendo altri resti. Si convinsero allora che si trattasse delle reliquie di San Nicola abilmente nascoste dagli stessi monaci; le recuperarono e ritornarono verso le navi, ritenendo conclusa la loro missione.
Solo allora si accorsero dai lamenti dei monaci e dalle frasi di protesta degli stessi, che in realtà le reliquie erano quelle di San Giovanni, quindi più prestigiose...ed appetibili.
Ricordiamo come i crociati fossero dei famosi cacciatori di reliquie e che ritornare in patria con i resti di un martire equivaleva, se non superava, la fama di aver vinto una battaglia. Questa avveniva, infatti, in posti lontani e sconosciuti ai concittadini dei crociati mentre la reliquia era visibile e tangibile. La presenza inoltre di una reliquia illustre all'interno della città provocava inevitabilmente un grande afflusso di pellegrini, con un conseguente indotto economico non certo trascurabile...
In questo contesto apparvero certamente molte reliquie non autentiche. Di conseguenza anche i resti del Battista proliferarono in una moltitudine di città di tutta Europa. Le teste del Precursore (MOLTENI F., Memoria Christi, Reliquie di Terrasanta in Occidente, Vallecchi, Città di Castello 1996, pp. 121-124.), comè noto, furono tra le reliquie maggiormente falsificate nel medioevo. Nelle chiese orientali e occidentali, ne sarebbero state venerate almeno tredici. Questo fenomeno della "moltiplicazione delle teste del Battista" è stato ripreso recentemente anche da Umberto Eco nel suo romanzo "Baudolino" (Milano: Bompiani, 2000).
Tra le più note vi era quella custodita in Vaticano. Secondo una testimonianza, durante il sacco di Roma del 1527 essa fu utilizzata dai Lanzichenecchi, insieme a quelle di Pietro e Paolo, "per giocare alla palla".
Notevole diffusione ebbero anche le reliquie secondarie del Santo: i calzari, la sciabola che recise la testa, le vesti di pelo di cammello, il cilicio, la disciplina, la pietra sulla quale fu decapitato, che si mostrava in San Marco a Venezia.
Ad Aquisgrana si poteva vedere la tovaglia tinta del sangue dove fu avvolto il capo del Precursore.
Fu proprio durante le campagne per la conquista del Santo Sepolcro (prima crociata, anno 1099) che i genovesi assunsero a loro insegna la croce rossa in campo bianco senza mai più abbandonarla. Quale segno della passione di Cristo e simbolo del Cristianesimo, essa significa Vittoria e Liberazione. Jacopo da Varagine la chiama nella sua cronaca salutifero e trionfale vessillo della vera croce. Il vessillo crociato, terminante con tre code, è raffigurato sulla torre del castello di Portovenere ed in un disegno a penna coevo al testo nel codice parigino del Caffaro (iniziato nellanno 1099).
Riferisce lAccinelli che i Genovesi non erano restii a concedere l'uso delle loro insegne "ai loro amici o confederati nelle marittime spedizioni". Non va dimenticato che concessero le loro insegne anche agli Inglesi e che San Giorgio dei Genovesi compare ancor oggi sulle sterline. Oliviero Cromwell ebbe a dire: "
lInghilterra e Genova sono due Repubbliche sorelle ambedue sotto legida della Croce del gran San Giorgio e perciò si debbono rendere mutuo onore e aiuto
Ma torniamo al Santo e ad epoche più recenti.
In seguito allultima ricognizione delle reliquie del Santo, voluta dallArcivescovo Cardinal Siri nel dopoguerra, risultano nel reliquiario custodito in Duomo 137 ossa maggiori tutte classificate, 428 frammenti minori non identificabili, 260 grammi di frammenti minimi e 300 grammi di polvere (NN, Restauro e ricognizione delle sacre Reliquie, "Il Cittadino", 18-20 giugno 1950.).
Tra le reliquie che la chiesa metropolitana possiede deve essere ricordato inoltre il "Piatto di San Giovanni Battista" (piatto in calcedonio di epoca romana arricchito successivamente con smalti di Limoges) sul quale, secondo la leggenda, il carnefice avrebbe posato la testa del Precursore per portarla ad Erode, ed il "Sacro Catino", piatto esagonale in vetro verde che antiche tradizioni collegano allUltima Cena e conseguentemente al mitico Graal. Ancor oggi la datazione è incerta ed oscilla tra lepoca romana e larte islamica. Questi cimeli vennero portati a Genova dall'Oriente da Guglielmo Embriaco detto "testa di maglio", abile navigatore, architetto e guerriero.
La Chiesa attualmente commemora la nascita del Battista il 24 giugno e il 29 agosto la decapitazione. E lunico tra i Santi di cui si celebri sia la nascita che la morte, come avviene per Maria e per Gesù.
Da notare che la festa solstiziale di Giano (da cui sembra possa derivare il nome di Genova) è diventata, nel cristianesimo, quella di San Giovanni Battista, che si celebra sempre nella medesima epoca, cioè in prossimità del solstizio destate (GUENON R., Simboli della Scienza sacra, Adelphi, Milano 1994, p. 214.).
Per tenere lontano dalle abitazioni le streghe, molto attive la vigilia del 24 giugno, i contadini liguri appendevano alle finestre ramo dolivo e palme benedette, oppure appoggiavano fuori delluscio di casa una scopa: era convinzione che le streghe fossero attratte da un impulso irresistibile a contare gli steli di saggina sbagliando il conto e ricominciando più volte, fino a rinunciare, sfinite, a varcare la soglia.
Nella vigilia del Battista, come nella notte di Natale, fattucchiere e mediconi trasmettevano anche in Liguria i segreti delle loro pratiche magiche: i luoghi prescelti erano di solito in aperta campagna (GIARDELLI P., Le tradizioni popolari dei liguri, Sagep, Genova 1991, pp. 233.).
Il 24 giugno, festa di San Giovanni, si accendeva il falò e le famiglie portavano una scopa vecchia da buttare nel fuoco come gesto apotropaico, oltre allovvio significato di bruciare tutta la sporcizia di casa, materiale e non, nel fuoco purificatore e catartico.
Imponenti feste del fuoco con spettacolari processioni di torce, denominate farchie, fracchie, focare e fanoié, ricorrono in numerosi centri liguri. Alla fine dellOttocento il costume di saltare il fuoco era ancora molto popolare a Genova, ma in alcune località dellentroterra (Creto, Savignone, ecc.) continua tuttora.
Quale significato dare al rito di saltare attraverso il fuoco? Al riguardo sono state avanzate diverse ipotesi. Secondo la teoria solare si accendevano i fuochi per sostenere lenergia morente del sole: il saltare di notte sopra il fuoco, o danzarvi attorno, stava ad indicare il passaggio dal buio alla luce, dalla morte alla vita (sole = fuoco = vita). (GIARDELLI P., Le tradizioni..., o.c., pp. 240).
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